Amleto Cataldi, Roma e il mecenate

E’ una grossa infelicità dover costatare che certi episodi, normali e onorevoli in altre società, da noi sono impossibili o quanto meno inimmaginabili. Circa tre anni fa, dietro segnalazione di un funzionario della Sovrintendenza, mi recai a Roma al Villaggio Olimpico ed esattamente in Via Unione Sovietica. Qui infatti si leva uno dei quattro gruppi maestosi di atleti di Amleto Cataldi realizzati nel 1927: effettivamente il posto era tutto recintato come suol succedere per opere pubbliche e visibile era solo il documento ufficiale che illustrava in tutti i dettagli di che cosa si trattava. Grande fu il mio senso di gratitudine in quanto questi gruppi avevano impellente bisogno di essere restaurati. L’esame successivo del documento di cui sopra mi portò a scoprire che il gruppo bronzeo in questione risultava anonimo, cioè non aveva paternità. Subito scrissi alla Sovrintendenza alla funzionaria responsabile della cura dell’intervento ma non ottenni risposta. Scrissi una seconda volta: idem. In questo modo ebbi una ulteriore prova in che modo nelle sfere responsabili veniva trattato e considerato e conosciuto Amleto Cataldi: addirittura non lo conoscono! E quando si imbattono nelle sue opere -a Roma disseminate dovunque ve ne sono almeno quaranta, alcune della massima visibilità- avviene che non le sanno neppure leggere e quindi il persistente ostracismo e azzeramento. Eppure Amleto Cataldi fa parte dei massimi scultori europei dell’800-900. Pochi giorni fa vengo a sapere che ora anche gli altri tre gruppi sono stati restaurati e che, ecco la novità eccezionale, i costi sono stati sostenuti da un uomo politico che aveva finanziato anche il primo gruppo tre anni prima. Esattamente le cose sono andate in questo modo: la moglie di questo uomo politico era appassionata cultrice e conoscitrice delle opere di Amleto Cataldi e quindi aveva deciso di provvedere a proprie spese al restauro dei quattro gruppi giganteschi di atleti del Villaggio Olimpico che ne avevano urgente necessità. Ma poi avvenne che la Signora passò a miglior vita e quindi il restauro si fermò al primo gruppo. Ora il marito, in memoria della diletta moglie, ha voluto proseguirne l’opera iniziata, procedendo dunque al restauro degli altri tre gruppi. I quattro gruppi una volta si libravano a quattordici metri di altezza, in cima alla facciata del vecchio Stadio Nazionale -poi Torino- al Flaminio, inaugurato dal Duce in persona nel 1929, poi nel 1957 lo stadio fu abbattuto per ragioni di capienza, e i gruppi, dopo varie traversie, trovarono dignitosa sistemazione nella attuale sede dove sono collocati su alti piedistalli in quattro posti differenti. Ora, restaurati e ripatinati, si stagliano di nuovo possenti nel cielo di Roma, grazie a questo episodio di mecenatismo.

Peccato che nella patria di Amleto Cataldi, la Ciociaria frusinate, fatti del genere o non si conoscono o vengono ignorati. Eppure, tra l’altro, episodi di siffatto mecenatismo, puro e libero, dovrebbero essere addditati e salutati quali esempi eccezionali da imitare, nel nostrano deserto.

Un altro fatto è bello portare alla conoscenza del lettore che cioè proprio in questi giorni l’ufficio di toponomastica del Comune di Roma Capitale ha immediatamente convenuto che era un assurdo inspiegabile -e io aggiungo: più che vergognoso e imperdonabile- che un artista quale Amleto Cataldi risultasse assente nello stradario capitolino. Normale e comprensibile che sia assente in quello di Frosinone, non parliamo in quello del suo paese di origine, Castrocielo. Ma certamente non a Roma dove è rappresentato con almeno quaranta opere e nei luoghi più prestigiosi. In merito abbiamo cercato di far presente ai funzionari della commissione toponomastica che corretto e giusto sarebbe che questo spazio da dedicare all’artista venisse individuato sul Pincio dove si leva quel suo capolavoro inaudito che è la ‘Fontana della Ciociara’ a pochi metri dalla Casina Valadier, vale a dire nel punto più suggestivo e pittoresco di Roma antica.

Naturalmente di questi due episodi le nostre autorità provinciali addette alla Cultura e all’Arte, pur avendo un senso della ubiquità a dir poco invidiabile, nulla sanno né tanto meno vengono ritenute idonee ad essere informate e coinvolte -ciò che per i ciociari frusinati è motivo di grande umiliazione e offesa- e quindi vivono beate e spensierate continuando ad occuparsi con solenni dichiarazioni solo di ‘grandi eventi’ e ‘grandi progetti’ di cui sono solo comparse d’apparato e distributori di soldi pubblici, non avendo di proprio nulla di valido da proporre e da programmare, per consolidata, diciamo, tradizione. Michele Santulli

lazionauta ringrazia l’autore di questo importante contributo e suggerisce di leggere anche gli altri pregievoli contributi offerti dal Professor Michele Santulli, ai lettori

 

Twitter Digg Delicious Stumbleupon Technorati Facebook Email

Nessun commento... Lascia per primo una risposta!