Marano Equo

Per alcuni deriva dal latino Marius nome di persona con il suffisso -anus con il secondo passaggio da Marianus a Maranus; per altri sono le acque perenni che si trovano in loco, dette “marane” mentre “Equo” è per il popolo degli Equi

Tra Storia e Società                                     Comune in pillole

Araldo municipale

Marano Equo è l’unico paese che – grazie al nome che rinforza le origini - evoca la storia degli Equi, l’antico popolo che, prima della conquista romana, abitava proprio nella Valle dell’Aniene. Gli Equi,- che sono sempre stati considerati  un popolo giusto e sensibile in particolare sotto l’aspetto religioso – e  dal quale i Romani appresero l’istituzione dei Feziali: un principio giuridico – con basi religiose – relativo ai trattati di alleanza e alle dichiarazioni di guerra, lo “ius fetiale“. Gli Equi lasciarono significativi insegnamenti e furono tra i pochi popoli che riuscirono a far passare i Romani sotto il giogo; dopo alterne vittorie e sconfitte furono sottomessi da Roma. Per la loro fierezza furono definiti con i Volsci, loro alleati, gli “aeterni hostes” di Roma. Virgilio, Tito Livio, Dionigi di Alicarnasso, Cicerone, Ovidio cantarono le loro gesta leggendarie ed il ricordo di quelle secolari vicende è oggi documentato dai resti delle mura poligonali che ancora sorgono presso Trevi, Affile, Roiate, Olevano, Bellegra, Canterano ed altri centri mentre Marano eredita, da solo, l’epònimo (epònimo = personaggio reale o no che dà il proprio nome ad una città, un luogo geografico, una dinastia, un periodo storico, un movimento artistico o altro ancora). Gli Equi furono fieri guerrieri ma anche tra i primi popoli ad accogliere il Cristianesimo, come ad oggi accade tra i cittadini della Valle dell’Aniene. 

Panoramica cittadina

lazionauta vi consiglia quindi di fare una gita a Marano Equo per quanto fino ad ora vi ha raccontato ma anche perchè qui ci sono gelosamente conservate consistenti testimonianze del periodo romano, essendo stata l’intera zona ampiamente utilizzata dai Romani, per l’abbondanza e la salubrità delle sue acque. Ai piedi dell’attuale centro medioevale, scaturivano tantissime fonti una delle quali – la più importante – è l’Acqua Marcia che ha particolarmente interessato gli scrittori classici come Plinio, Tacito, Stazio, Strabone, Tibullo, Tacito, Arriano e Frontino che la celebrarono per le sue qualità. Tacito scrisse che Nerone attraversando a nuoto la fonte dell’Acqua Marcia fu colto da malore e “parve che un simile bagno avesse contaminato quelle sacre acque e la religione del luogo”. Questo episodio – tratto dagli “Annales” (XIV, 22) – indica che considerazione avessero i Romani per quei sacri luoghi. In prossimità dell’Acqua Marcia, come descritto da Frontino nel De Aquaeductu Urbis Romae, scaturivano anche altre fonti: la Claudia, il rivo Ercolaneo, la Curzia, la Cerulea, l’Albudina tutte buone e incanalate su condotte dai Romani a Roma. Il luogo di scaturigine (il XXXVIII miglio della Via Sublacense), pavimentata da Nerone, venne individuato con precisione (di fronte alle attuali “acque minerali”) nella seconda metà del 1600 dal Fabretti, con il ritrovamento della relativa pietra miliare, nell’alveo dell’Aniene. Fino al secolo scorso, come attestano il canonico Jannuccelli e l’archeologo Fabio Gori, nelle loro opere, nella località denominata Bagno sono stati rinvenuti antiche mura, acquedotti e vasche simili a quelle delle antiche terme di Roma. Le acque minerali di Marano, poco sviluppate per i loro pregi. si prestano infatti ad accogliere un grandioso stabilimento termale perché nello storico bacino scaturiscono acque solforose, ferrugginose, magnesiache, acidule, arsenicali di apprezzabili qualità.nauta

 

 

 

 

Il futuro di Marano Equo è legato alla propria storia e quindi inesorabilmente alla valorizzazione delle sorgenti. La storia del paese adagiato su una collina sopra le famose acque, è legata alle vicende dell’Abbazia di Subiaco. Secondo la Cronaca del Mirzio i monaci di Subiaco durante il pontificato di Agapito II, fondarono il castello su un podere donato loro da Giovanni, Vescovo di Tivoli. L’Abate sublacense Bartolomeo I, dovette però comprare il castello dai Tiburtini che, nel frattempo, se ne erano impossessati; nel 1051 è confermato da Leone IX al Monastero sublacense ed iscritto nella nota lapide dell’abate Umberto del 1052-53, come possedimento dell’Abbazia. Nel 1065 il castello è occupato da Ranieri ma Giovanni, un suo parente Giovanni nominato abate nel 1068, ne riprese il possesso. Nel 1109 Filippo figlio d’Ildemondo, un avo di Alessandro IV, è nominato Signore di Marano.

Eugenio II nel 1148, assegnò il castello a vita all’abate Rainone, da lui deposto. Dopo lunghe dispute e permute tra i castelli di Canterano, Ponza, Affile e Agosta con la transazione del 1176, Marano tornò all’Abbazia. Occupato dai Tiburtini fu riscattato dall’abate Bartolomeo I ed attribuito nel 1296 alla mensa abbaziale. Nel 1476 fu tolto alla mensa e assegnato personalmente all’abate commendatario Rodrigo Borgia ed ai successori nella carica. Ancora oggi Marano fa parte, spiritualmente, dell’Abatia Nullius di Subiaco; la sua eredità religiosa, dopo tanti secoli di storia è rappresentata dal Santuario della Madonna della Quercia, annoverato tra i principali santuari Mariani d’Italia.

Demografia

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Nel 1981 Marano Equo raggiunse il numero minimo di abitanti, quando appunto i residenti erano solo 758; in effetti però un calo degli abitanti qui si iniziò ad avvertire già nel 1971 quando il censimento decennale dell’Istat ha “fotografato” quasi 150 volti in meno! Da quella data in poi – effettivamente – gli abitanti sono stati quasi sempre (dal punto di vista numerico) gli stessi, proponendo quindi minime variazioni mentre i primi otto anni del nuovo millennio ci hanno fatto gioire, avendo arricchito il comune diventato all’anagrafe con poco di più di 800 abitanti. L’incremento rispetto al 2000 di 35 residenti dopo un lungo periodo di stasi, lascia ben sperare sul ripopolamento di questo comune che avverte sempre di più l’esigenza di conservare nel migliore dei modi la propria importante storia, ma anche gli usi, le abitudini ed i costumi.  

I Romani valorizzarono il territorio conquistato con importanti opere pubbliche come l’acquedotto dell’acqua Marcia che prese il nome dall’allora pretore Quinto Marcio, che volle l’opera. Poi, verso la fine del X secolo, Marano divenne castrum, ovvero castello fortificato, ad opera degli abitanti di Subiaco, come risulta dal “Regesto Sublacense”.

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Marano Equo fa parte della
X Comunità Montana Valle dell’Aniene

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