Rocca Sinibalda

“Rocca” per l’ubicazione, mentre “Sinibalda” potrebbe riferirsi ad una persona 
Tra Storia e Società                                                  Comune in pillole

Araldo municipale

Le prime notizie su Roccasinibalda risalgono ad un documento del 1084, quando entrò a far parte dei possedimenti di un nobile longobardo di nome Sinebaldo; dopo esser passata tra le mani dell’Abbazia di Farfa e poi di diverse famiglie di nobili romani, nell’anno 1526 fu donata dal Papa Clemente VII al Cardinale Alessandro Cesarini. Successivamente furono i Cesarini e i relativi successori, a trasformare il vecchio maniero nell’imponente fortezza e palazzo residenziale (ad opera dell’architetto militare Baldassarre Peruzzi), che a tutt’oggi possiamo ammirare.  Il Castello: chi percorre le strade di accesso  al paese, già da qualche chilometro prima di raggiungerlo noterà sicuramente qualche cosa che non è proprio suggestione per ciò che lo attende.

Il Castello

In effetti dobbiamo prepararci ad assistere ad un panorama caratteristico dominato dal maestoso Castello che ha dato vita al circondario intero, ma anche intorno al  quale sono raccolte le antiche case che si affacciano sulla Valle. Giunti alle porte del castello, iniziamo ad avere l’impressione di essere ad un passo dall’apertura di un bel libro di storia con delle immagini inedite e un’aria assolutamente ossigenata e buona da sentirci inebriati. Il vostro portale lazionauta vi invita proprio a vivere questa esperienza che, nel suo genere, possiamo definire: “ bellissima”!.  Nell’anno 825 i Saraceni provenientei dall’Arabia, sbarcarono a Civitavecchia ed invasero l’Italia centrale; occuparono Roma e penetrarono in Sabina, in Umbria e in parte delle Marche, saccheggiando e spargendo con ferocia rovine e lutti. Nel 910 furono poi cacciati dalle popolazioni Sabine guidate da un Archiprando da Rieti, valoroso guerriero; la definitiva e cruenta battaglia ebbe luogo nei pressi di Trebula Mutuesca, esattamente dove ora si trova Monteleone. Dopo la cacciata dei Saraceni, fu la volta dgli Ungari che avevano causato danni irreparabili al grande patrimonio artistico di Roma e della Sabina, in maniera particolare allAbazia di Farfa. Fu proprio in quel periodo che le popolazioni, per prevenire altre distruzioni e stragi, inziarono la costruzione dei primi fortilizi, abbandonando gradualmente i villaggi e i casali considerati precari, e fin troppo esposti alle maleintenzioni dei vandali, per concentrasi sulle piu impervie alture. Nacque così con questo scopo anche il Castello di Rocca Sinibalda,  la maestosa costruzione che ha sfidato tutto ciò che poteva (secoli ed intemperie ), la vediamo ora nella sua più imponente maestà sotto la forma di un aquila con le ali spiegate, grazie a importanti fondamenta che poggiano saldatamente sulla viva roccia.

Di notevole impatto visivo è appunto il Castello che risale, nella sua struttura portante, all’anno 1084; fu ricostruito come fortezza dall’architetto Baldassarre Peruzzi per volere del cardinale Alessandro Cesarini negli anni Trenta del XVI secolo, e da allora domina il paese con la sua struttura difensiva. Nel XVII e nel XVIII secolo sono stati rinnovati gli interni con bellissimi affreschi, mentre dal 1928 questo maniero è stato classificato come monumento nazionale. Il castello è di proprietà dei baroni della famiglia De Stefani, ha oltre cento stanze ed è visitabile su prenotazione.   

Panorama cittadino

All’esterno del castello notiamo subito guardando a destra del portone a circa un metro di altezza da terra una piccola porta chiamata: “porta del morto“, che conduce alla “torre campanaria e del pubblico orologio”. Per entrare al castello bisogna superare un portone di ferro laminato oltre il quale si apre un piccolo passaggio che permette un piu facile accesso. Varcato il portone si sale per un suggestivo viale a gradoni e, dopo un pianerottolo di grandi dimensioni, si gira a sinistra indirizzandosi quindi verso l’ultima porta, quella che che immette in un ‘ampia scalinata in mattoni con ciglio in pietra che conduce in un ampio cortile dove, al centro del quale, troviamo un bellissimo pozzo di fattura artistica, utile per la raccolta dell’acqua piovana. Il cortile divide la parte residenziale da quella che ai tempi, era destinata alla difesa militare. Alla destra della porta di ingresso al cortile (superando quindi un atrio dove sporge uno sperone di roccia), si entra nel magnifico giardino pensile che  in parte si estende davanti al “becco” dell’aquila.   

Panoramica cittadina

Da questo grande cortile si entra successivamente in quello più piccolo chiamato degli “alabardieri” che, attraverso una ampia scala in pietra, conduce al secondo piano ed al cammino di ronda; al secondo piano c’è  un ampio salone con alcuni affreschi alle pareti che evocano i feudi che facevano parte del Principato di Rocca Sinibalda, Belmone , Antuni Pantana e naturalmente Rocca Sinibalda. Per raggiungere la cima del maniero bisogna salire una scala a spirale che parte dal pianerottolo antistante il salone e, arriva alla grande terrazza dove c’è il citato becco dell’aquila”; mentre ripercorriamo con la memoria questo percorso lussureggiante, fresco e ricco di storia appassionante, ci viene alla memoria quanto ci è ancora stato detto ovvero che di quel Castello dovremmo ancora vedere dei sotterranei di enormi dimensioni (almeno si pensa), che in parte però risultano essere ancora inespolorati. Allora invitiamo i lettori di lazionauta ad andare a visitare il Castello, e di raccontare qui su queste pagine ciò che hanno visto e dove e quando sono rimasti maggiormente suggestionati.      

Demografia

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Due sono state le tappe memorabili che hanno visto Rocca Sinibalda svuotare l’anagrafe in maniera massiccia: nel 1951 la prima volta quando l’economia rurale ormai stava lasciando il posto alla meccanizzazione industriale e soprattutto alla terziarizzazione (con l’avento dei servizi nell’economia), quando da questo nostro comune sono andati via in un decennio quasi 500 residenti e poi nel decennio successivo quando – anche questa volta – l’esodo è stato più consistente con circa 600 abbandoni municipali. Insomma una tragedia che ha svuotato le case ed il comune più che dimezzandolo nei residenti ma che ora ha raggiunto un proprio equilibrio attestando le proprie prefenze all’anagrafe da qualche anno su una base che supera di poco le 800 unità, un numero contenuto ma ricco di spirito e di storia, quella che serve a non perdere le tradizioni che qui valgono proprio tantissimo ed è per ciò che lazionauta vi invita a visitarlo.     

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