Villa Santo Stefano
Santo Stefano è il Santo locale più venerato (ma il Patrono è San Rocco), Villa fu aggiunto nel 1872
Tra Storia e Società Comune in pillole
Villa Santo Stefano è un paese sulla cui origine non si hanno proprio dati certi, mentre è sicuro che la sua nascita è proprio lontana nel tempo. Tra le interpretazioni storiche più suggestive e appassioanti troviamo quella di Edoardo Martinori (nato a Roma nel 1854 ed ivi deceduto nel 1935, ingegnere, numismatico, alpinista e cofondatore del CAI – Club Alpino Italiano Link alla sezione Lazio) secondo cui Metabo re dei Volsci e padre della celebre Camilla, normalmente venivano a caccia proprio da queste parti; in memoria di ciò gli fu costruita e quindi dedicata «Torre di Metabo», la torre cilindrica che si trova all’ingresso del centro storico del paese e che Lazionauta vi invita a visitare. Sulla storia di Villa Santo Stefano, Martinori affferma anche che questo nostro comune fu devastato ben sette volte e sempre ricostruito normalmente, fino a farlo diventare un castello fortificato. Intanto, vi suggeriamo di leggere l’appassionante: “La leggenda di re Metabo e di sua figlia la regina Camilla” di Edmondo Angelini, ricordando che c’è anche chi è disposto a sostenere che la regina Camilla sia nata proprio a Villa Santo Stefano e che qui c’erano anche mura poligonali, tracce queste che indicherebbero un segmento di storia proprio remoto.
Tra storia, immaginazione, suggestioni e leggende, qui però tocchiamo con mano i reperti litici rinvenuti a Colle Formale, della Macchia, di Punta la Lenza e di altre zone, che testimoniano la presenza dell’uomo fin da 70 mila anni fa! Mentre sembrano frettolose e prive di fondamento alcune
affermazioni, importanti risultano proprio essere alcune presenza umane di epoca romana. Infatti sulla montagna, alle spalle del paese, sono stati rinvenuti importanti resti di epoca tardo-romana che probabilmente sono appartenuti a insediamenti rustici a carattere agro -pastorale, mentre una grande villa rustica di epoca romana la possiamo ancora vederec nella zona di Colle Formale, ed è di proprietà della famiglia Lucarini.
L’epoca romana ha “consegnato” però a Villa Santo Stefano anche altri importanti resti che sono stati individuati in particolare in due zone distinte del territtorio: a San Sebastiano e a Monticello; anche in questo caso – ma daltronde queste conclusioni sono facilmente immaginabili - ci troviamo in presenza di testimonianze appartenute a insediamenti rustici di tipo agro – pastorale, mentre nella zona di San Giovanni (oltre a diverse ceramiche, testimonianza questa della presenza umana in epoca romana), nel 1975 è stata individuata una cava di tufo litoide sfruttata in epoca romana; alcuni frammenti di ceramica a vernice nera trovati nella cava, lascerebbero pensare uno sfruttamento della cava già in epoca repubblicana. Gli insediamenti romani identificati nella zona, sono dell’epoca della fondazione della colonia romana di Privernum e alla colonizzazione dell’intera valle dell’Amaseno. Un primitivo pagus romano (villaggio), lì dove in epoca cristiana, furono edificate la chiesa di San Giovanni in Silvamatrice e la chiesa di Santa Maria de Stella, chiese queste di periferia che fecero da fulcro per gli abitanti della zona che costruirono tutt’intorno nel periodo altomedievale, le loro modeste abitazioni (capanne).
Nel IX e X secolo d. C., con la calata dei barbari prima e con le successive imprese saraceniche, gli abitanti della valle (non sentendosi più sicuri), si trasferirono più a monte, dando vita al Castrum Sancti Stephani de Valle. Con certezza storica sappiamo che il 15 marzo del 1125, papa Onorio II, durante le lotte per sottomettersi questa parte del Lazio meridionale, con un ingente esercito occupò Trevi, (castello diruto a Sezze) e Maenza e bruciò Pisterzo, Roccasecca, Giuliano, SantoStefano e Prossedi, quindi prese San Lorenzo (Amaseno); dopo questo fatto i conti di Ceccano: Goffredo, Landolfo e Rainaldo, giurarono fedeltà al papa. Nel 1165 abbiamo la seconda distruzione di Villa Santo Stefano, durante le lotte tra l’imperatore Federico I e il Papa Alessandro; Gilberto e Riccardo di Gaja, con un esercito del rè di Sicilia, penetrarono nella Campagna e dopo aver preso Veroli, Alatri, Ceccano e tentato inutilmente di prendere il fortificatissimo castello di Arnara, si rivolsero contro Santo Stefano e l’incendiarono, la stessa sorte toccò a Prossedi.
Nello stesso anno l’esercito di papa Alessandro bruciò i castelli di Ripi, Torrice, S. Lorenzo e Isola (del Liri), poi il papa tornò a Roma. Tutti questi fatti ci indicano che il castello di S. Stefano veniva conteso dai pontefici romani, dalle truppe imperiali e dai conti di Ceccano; poi i ceccanesi alleandosi con la Chiesa, Santo Stefano passò in feudo ai conti di Ceccano con altri numerosi castelli della zona ed, in seguito con questi, anche Santo Stefano subì varie quanto poco piacevoli alterne vicende anche – ma soprattutto – a causa dei continui mutamenti di forze e di alleanze dei «de Ceccano».
All’inizio del XIII secolo signore di Villa Santo Stefano sembra sempre di più essere il Conte Giovanni I de Ceccano che, con il testamento stilato il 5 aprile 1224, lasciò Santo Stefano al proprio primogenito Landolfo II, con i feudi di Ceccano, Amara, Patrica, Cacume, Monteacuto, Giuliano, Pisterzo, Carpineto e Metellanico e agli altri beni situati in Alatri, Castro, Frosinone, Torrice e Ceprano. Successivamente il conte Landolfo II, con testamento datato 18 agosto 1264, lasciò il castello di Santo Stefano alla propria moglie Maccalona, infatti tale castello prima era stato assegnato da Landolfo II alla stessa Maccalona, come pegno di fidanzamento. Nel 1297 durante le lotte dei De Ceccano contro i Caetani, Bonifacio VIII confiscò Santo Stefano con i suoi mulini che si trovavano a valle, per darli ai Caetani, suoi parenti. Alla morte di Bonifacio VIII, il feudo di Santo Stefano, ritornò ai De Ceccano.
Il 26 febbraio 1346, il conte Tommasello o Tommaso IV de Ceccano, figlio di Goffredo e di Maria de Supino, concede alla madre i frutti e le rendite del castello di Santo Stefano. Nel 1361 Cecco de Ceccano (Francesco III), uomo di natura crudele e sempre in lotta con i suoi parenti e la Chiesa, invade il territorio di Santo Stefano per davastarlo; dal testamento di Giacomo I signore di Maenza (altro conte ceccanese) del 24 aprile del 1363, sappiamo che a Santo Stefano vivevano gli eredi della nobile famiglia dei Rubei (Rossi) di Ferentino e che lì possedevano molti beni ed erano vassalli del suddetto Giacomo. Nello stesso testamento è scritto che Giacomo lascia al sacerdote Nicola Bianco di Santo Stefano un appezzamento di terreno situato nel santostefanese, in contrada Lu Melicu, terra che era stata di Maria Magjstri.
Giacomo lascia poi la quarta parte del castello di Santo Stefano alla Chiesa, con il patto che questa provveda a pagare i restauri da lui ordinati per le chiese di Santa Maria de Stella (lavori per 25 fiorini) e di San Giovanni in Silvamatrice (per 50 fiorini). Fra i testimoni al testamento c’è ache Nicolao Albo de Sancto Stephano. Santo Stefano si trovò quindi divisa con una parte spettante alla Chiesa e con la restante parte spettante ai nobili ceccanesi. In un atto di procura del 24 agosto 1363, fatto fare dal conte Tommaso II de Ceccano al notaio santostefanese, Nicola Bianco, sappiamo che la chiesa di Santo Stefano era retta da un arciprete di nome Giacomo Rodiano.
Tommaso II poi riesce ad avere in feudo dalla Chiesa anche la parte di Santo Stefano ceduta da Giacomo, come risulta da un documento conservato nell’Archivio Segreto Vaticano del 1371 o 73. Il 27 marzo del 1379, l’antipapa Clemente VII, concede a Nicola de Ceccano, in ricompensa di 8mila ducati pagati alle compagnie del duca Guarnieri e del conte di Lando, la quarta parte del castello di Santo Stefano, già data a Tommaso II; Nicola era nipote di Giacomo.
Poi Onorato I Caetani, conte di Fondi, occupa Santo Stefano, togliendolo a Nicola e, dopo varie vicissitudini, papa Bonifacio IX, con lettera del 4 agosto 1399, diretta al vicario generale di Campagna e Marittima, Ludovico Fieschi, ordina che sia reintegrato nei propri beni il conte Nicola de Ceccano. Le vicende storiche legate a questo territorio sono molteplici e tutte coinvolgenti; sembra quasi di averle sotto gli occhi con tutti i nobili personaggi che -nel bene e nel male -hanno portato avanti l’amministrazione di questo comune ciociaro negli anni, anzi proprio nei secoli. Così sappiamo anche che salito sul soglio pontificio Alessandro VI Borgia, Santo Stefano fu confiscato ai Colonna e assegnato, con bolla 17 settembre 1501, a Rodrigo Borgia di Aragona, duca di Bisceglie e figlio di Lucrezia Borgia ma nel 1503 alla morte di Alessandro VI, Santo Stefano tornò sotto i Colonna. Il 28 maggio 1541 papa Paolo III toglie Santo Stefano ad Ascanio Colonna e lo incamera; poi per opera di papa Giulio III il 22 febbraio 1551 il paese tornerà ai Colonna .
Nel 1557 Prosperetto di Cave occupa i feudi di Vespasiano Colonna posti nella zona ernica, il principe Ascanio Colonna invia nel Basso Lazio il suo agnate Fabrizio Colonna e Giovan Prospero da Villa Santo Stefano, uditore di Ascanio, con un esercito, con l’ordine di occupare Sgurgola, Giuliano, Ceccano, S. Lorenzo, Vallecorsa, Sonnino, Amara, Falvaterra, Pofi e Supino . Il 15 agosto 1592 anche Santo Stefano fu sottoposta, secondo la bolla di papa Clemente V, alla Sacra Congregazione del Buon Governo. Per tutto il seicento i Colonna tengono il feudo di Santo Stefano senza contrasti.
Nel 1802 Filippo III Colonna riforma l’amministrazione della giustizia creando le sedi degli Uditori (odierne Preture), S. Stefano viene assegnata, insieme a Vallecorsa, Sonnino e Giuliano, all’Uditore con sede in S. Lorenzo. Nel 1816 i Colonna rinunciano ai diritti feudali così Santo Stefano ritorna al diretto dominio della Santa Sede, sotto il Governo di Ceccano e facente parte della Delegazione Apostolica di Frosinone e ciò fino al 1870 . Con la formazione del Regno d’Italia, Santo Stefano farà parte della Sotto Prefettura di Frosinone e del Mandamento di Ceccano, posizione giuridica che ancora mantiene con la Prefettura di Frosinone e la Pretura di Ceccano.
Demografia
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E’ un felice quanto sano equilibrio demografico a caratterizzare Villa Santo Stefano, questo paese ospitale, ricco di buone maniere e generoso ma anche appassionato nel tramandare le vecchie usanze e tradizioni. Qui – a differenza di tanti altri comuni del circondario – solo durante la metà degli anni 1950, una piccola parte dei concittadini ha lasciato le case di origine per recarsi nel circondario ed in particolare nelle grandi citta, alla ricerca di maggiore fortuna. Dopo quel periodo che ha visto poco di più di 250 residenti lasciare le case, poi il resto della storia fino ai giorni giorni, è costellata da grande interesse e passione per rimanere in zona. I “clienti” del comune si sono stabilizzati anche dal punto di vista numerico (oggi si può parlare di una media di residenti, molto vicina ai 1750), e riescono bene anche dal punto di vista dell’integrazione con altre etnie, anche per questo Lazionauta invita i propri lettori a trascorrere qui qualche ora di sano relax visitando a sud est di Punta la Lenza (con monte Siserno) e la contrada Macchione (situata sui Monti Lepini), che rappresenta una zona molto importante per Villa Santo Stefano ma anche frazione di eccellenza per l’intera Valle dell’Amaseno. La zona divisa in quattro contrade (Campo a Sud, Acquarone ad Est, Macchione al centro e Pietracupa ad Ovest), vanno ricordate le recenti origini che risalgono alla fine dell’ottocento: dall’inventario dell’arciconfraternita San Pietro del 1801, risulta che l’antico nome del posto era: Pozza.
(Acquisito in data anteriore all’entrata in vigore della L. 265/99, ed in attesa di aggiornamento). La mappa dei piccoli comuni della provincia di Frosinone Clicca qui per vedere Villa Santo Stefano



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